mercoledì 5 marzo 2014

Fate attenzione alle scarpe

Fate attenzione alle scarpe


Il prete lo chiamarono all’alba, quando già Agostino non respirava più. Nel suo letto, appoggiato su quattro grossi cuscini, era diventato cianotico all’improvviso e se ne erano accorti perché il suo pallore uniforme alle federe era virato verso un viola livido sempre più scuro. Se fosse morto all’improvviso e non soffocato, se fosse, per dire, morto d’infarto non se ne sarebbe accorto nessuno. Bianco era e bianco sarebbe rimasto. Invece all’improvviso iniziò a boccheggiare, a cercare aria. Marietta, che dormiva al suo lato su una sedia da pic nic con le braccia conserte e la testa reclianta da un lato, fece un balzo e si mise in piedi. Gli occhi strabuzzati di Agostino la fissavano, le mani bianche e lisce con la pelle così sottile da contenere appena il viticcio delle vene si muovevano molli ed incerte descrivendo strani arabeschi con le dita affusolate come candele intatte. Lei si paralizzò sul posto, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto come per recitare un padre nostro, fassando a sua volta il padre con espressione atterrita. 

Gridava, sicuro che gridava i nomi dei fratelli che per precauzione avevano deciso di fermarsi tutti lì per la notte, ma non sentiva nulla. Come se le orecchie le si fossero spente all’improvviso, come se fosse imbottita di ovatta dalla testa ai piedi. Cercò senza guardare il telefono sul comodino e schiacciò istintivamente un tasto col numero memorizzato del dottore. Muoveva le labbra e forse continuava a gridare attraverso l’apparecchio. Diceva soltanto di correre al più presto, parole spezzate, Agostino, cianotico (cianotico lo aveva imparato da un telefilm, di quelli sui medici che salvano tutti), muore. Presto. E quello dall’altro lato sicuramente voleva dirle qualche cosa, ma lei continuava a non sentire nulla ad urlargli di sopra. Il trambusto nella stanza era aumentato; i suoi fratelli si erano precipitati e si affaccendavano intorno al padre mostrando facce stirate dall’emozione improvvisa e ancora pestate dal sonno, con le guance rosse ed i capelli spettinati. Aprivano e chiudevano la bocca, sembravano pesci rossi saltati fuori dalla boccia. 

Come se chiamare il medico fosse tutto, si accasciò di nuovo sulla sedia fissando indistintamente lo spazio davanti a sé sul quale si stagliavano ombre sfumate che si muovevano convulse e la sua linea pallida, gli occhi azzurro chiarissimo che si incastonavano disordinatamente in un viso affilato dalla pelle sottile quasi raccolto dentro una coda molle che le ricadeva su una spalla, riflessa nello specchio dall’altro lato del letto. Una manata distratta fece oscillare la flebo che andò a schiantarsi sul pavimento lanciando miriadi di piccole schegge di vetro ed una pozza di fisiologica ai piedi del letto. Fu come se una di quelle schegge la colpisse in mezzo alla fronte, come se il rumore croccante del vetro contro le mattonelle le bucasse la membrana che l’aveva isolata. Piano piano i rumori riprendevano compattezza, vigore, si riappropriavano dello spazio, la riportavano ad essere cosciente dopo un fulmineo black out. Brusii, clangori metallici, cassetti difettosi che sbattevano e una voce violentemente ingigantita dalla temporanea sordità che gli rimbombava nelle orecchie come un urlo dentro una caverna. Suo fratello maggiore la scuoteva dal torpore per avvertirla che di là Don Rino era pronto. Lo fissò come si fissano le cose per la prima volta, come se fosse stupita di trovarlo lì, secco e alto, con le spalle spioventi dentro una camicia stropicciata, diverse taglie più grande.
Fece si con la testa, mollemente, chiese se doveva restare, ma aggiunse subito che preferiva di no. C’erano cose che bisognava sbrigare prima che il morto si irrigidisse del tutto. Lavarlo, vestirlo.

Salutò Don Rino, che l’abbracciò goffamente per le mani impicciate da un libro di preghiere e l’acquasantiera, coi paramenti sacri e tutto, ché era arrivato già vestito dalla chiesa non distante.
Non era chiaro chi l’avesse chiamato, fatto stava che era lì a scrutare contrito tutti quelli intorno al letto, riconoscendo i parenti stretti, anche quelli che con la religione avevano bisticciato da tempo.
Suo padre era tornato bianco; il livore, intanto, si era trasferito ai piedi esangui. A lei parve di avvertirlo quel sangue, che piano piano si fermava a metà strada, poi ancora prima. Poi del tutto. Le parve di sentirlo, il cuore che perdeva potenza, che si sviliva man mano, che rinunciava a spingere il sangue ancora un pò più in là dove la vita si ancorava. Fino a che non si era fermato del tutto e sul display che misurava i battiti cardiaci comparve una linea retta che se lo portava all’altro mondo.
Andò in bagno, preparò dell’acqua tiepida, un pezzo di sapone e una spugna. La spazzola e l’acqua di colonia. Dal fondo dell’armadio tirò fuori un vestito perfettamente stirato ed una scatola con le scarpe tenute in forma con fogli di giornale appallottolati. Di là si sentì un amen strozzato e piedi che spaccavano le mattonelle dove il pavimento sotto era vuoto, qualcuno che si soffiava il naso. Poi il brusio ricominciò più sommesso di prima, con la gente che intanto arrivava e buttava uno sguardo dentro la stanza e non vi vedeva altro che un cono irregolare formato dai piedi di Agostino sotto il lenzuolo che erano stati legati insieme per non rimanere definitivamente freddi sulle dieci e dieci.

Agostino era stato il calzolaio di tutti: ogni scarpa una filosofia; ogni piede la sua storia, perché attraverso le calzature sapeva i fatti di tutti senza che glieli raccontassero. Più la scarpa era sfondata, più la vita era grama, eccetto quella del Signorino, come lo chiamavano tutti, che era ricco, ma tirchio e voleva le scarpe risuolate fintanto che Agostino non si arrendeva e gli faceva presente che era ora di comprarne un paio nuove. Il piede è sacro e merita attenzioni particolari perché è come un secondo cuore, un secondo stomaco. Se sta bene lui, stiamo bene tutti, per intero. Fidatevi a mettere scarpe troppo strette o troppo larghe: ne ricaverete un dolore da martirio o un’imbarazzo da gogna pubblica. Fare il calzolaio, allora, era una missione, la scarpa uno scrigno che custodiva le chiavi dell’armonia cosmica.

Marietta lasciò fuori con garbo le comari che volevano aiutarla nella composizione della salma e si chiuse da sola nella stanza, accostò le tende anche se fuori il sole era pallido e accese la luce della piccola abat-jour sul comodino, accanto al letto.
Lo lavò con cura, lo pettinò, gli aggiustò i baffi. Ebbe qualche difficoltà a sbarbarlo per via delle guance infossate che formavano una conca spettrale tra gli zigomi e la mandibole.  Ora la sua pelle non era più così morbida. Sotto le dita lasciava una strana sensazione di gelatina ghiacciata; come una pasta che in superficie sembrava modellabile e che al cuore, dentro, nascondeva una durezza d’osso compatta. Lo vestì e per ultimo gli calzò le scarpe perfettamente lucidate e con le stringhe, “Per non perderle durante il cammino per l’aldilà” –scherzava sempre, mentre se le cuciva.

Dopo un quarto d’ora uscì, nella stanza accanto l’impresario suggeriva la cassa. Quando la vide, le porse in maniera sbrigativa il depliant illustrato come se si dovesse scegliere un regalo dal catalogo di una raccolta punti del supermercato. Marietta lo guardò seria, con lo stesso sguardo fisso e accigliato dei gufi. Sul tavolo scorse un’altra serie di cataloghi disordinatamente aperti: lapidi, epitaffi, portafiori, lumini.
L’impresario provò a giustificarsi adducendo offerte imperdibili, fortissimi sconti se si fosse deciso di comprare tutto insieme, ma il tono di voce che era partito zelante cogliendo l’attimo di silenzio sospeso tra loro, come se fosse un’autorizzazione a procedere, si fece sempre più fioco, imbarazzato. Fino a schiantarsi di botto contro la faccia marmorea di Marietta.

-Mettetelo dentro quello che vi pare –disse con un filo di voce secca e indifferente, lasciando allibito l’impresario che intanto si era perso dentro il colletto della camicia –Agostino è pronto di là. Fate attenzione alle scarpe.
Superò la stanza e si chiuse la porta alle spalle. La prese una stanchezza remota che sapeva di incenso votivo e borotalco. Si era svuotata di tutto, anche delle emozioni e sentiva le gambe pesanti che la tenevano inchiodata al pavimento, a quello che sarebbe stato necessario sbrigare nei giorni successivi: la pensione, il libretto postale, i debiti da saldare per il gas e per il pane; i gatti da accudire, la casa da rigovernare. Si sdraiò sul divano sentendosi dura e fragile come una statua di gesso e si addormentò profondamente incrociando le mani sul grembo. Di quello che successe poi, del funerale e della gente che vi partecipò, non volle mai saperne nulla.

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