mercoledì 9 aprile 2014

Fotografo gli sconosciuti. Viaggio al centro dei microcosmi.

All'inizio è successo per caso. Una posa, una luce particolare, una situazione interessante e la cosa più sbrigativa: scattare col telefonino, discreto e silenzioso. Con la scusa di mescolarmi ai tanti phone addicted tutti testa e display, posso scattare senza urtare nessuna suscettibilità. Andando in giro, quello che è iniziato come un interesse superficiale si è trasformato in ricerca. Una ricerca umanamente inclusiva, spinta dalla curiosità dell'osservazione, un'indagine lieve e del tutto personale alla scoperta del meraviglioso microcosmo individuale. Sono attratta dagli sconosciuti che incrocio lungo il mio andare, mi piace osservarli nella loro affollata solitudine immersa nei metrò, confusa tra la folla, aggrappata al bancone di un bar.

Miseria in Ferrol

Churreria Alameda, Ávila

Il mio ultimo viaggio in Spagna ha amplificato questa esigenza, acuito la mia osservazione. E' stato come se mi trovassi dentro una torre con le ruote dalla quale potessi vedere, non vista, le piccole esistenze che mi scivolavano accanto. Mi sono ritrovata spesso dentro i bar ed in ciascuno ho incontrato una umanità che mi ha rapita e affascinata, che mi ha trascinata con sé dentro ipotetiche architetture narrative, dentro storie inesplose. E così uno sguardo o l'indifferenza stessa, assorta nel fondo delle tazze o immerse in fogli sparigliati sopra un tavolo mi hanno restituito tante domande, tanti frammenti sconosciuti di vita che puzzano di tabacco scadente o hanno la stessa consistenza di una sciarpa lavorata a mano.

Il ragazzo con la sciarpa, A Coruña

Tra tutti i fotogrammi di esistenze che posso incontrare, l'universo degli anziani mi affascina più degli altri per quella decadenza composta e romantica che emanano i gesti, per quello stare al mondo lieve e discreto, raccolto come se non volessero occupare troppo spazio. Il culto sereno dell'essenzialità. Spesso mi perdo ad osservare il languore liquido dei loro occhi che scrutano intorno, la concentrazione febbrile nel decidere quale carta giocare, l'attenzione compunta con cui leggono i giornali,

Nonni a colazione, Ferrol

Giocatori, bar na praia San Xuxo, Ferrol

L'intellettuale a colazione, Ferrol

la leggerezza innocente con cui sorseggiano il loro café con leche come se di tempo, per perdere tempo, ce ne fosse ad oltranza.

Shel Shapiro, Ferrol

Bar na Praia San Xuxo, Ferrol

Fotografare di corsa, di nascosto e col telefono mi da l'impressione che quegli attimi rubati siano "più rubati" di altri e per questo più preziosi, gli scatti con i quali instauro un rapporto più intimo ed intenso. Forse perchè queste le leggo come le fotografie "più vere" che scatto, quelle che mi emozionano di più, che mi mettono davanti agli interrogativi più profondi e che mi permettono di sperimentare il mio amato "realismo magico" nella fotografia. La loro muta velocità, la loro spesso scarsa nitidezza  mi portano a creare storie piccole, essenziali e sparse, come briciole di pane per i piccioni.
Direi che di questo viaggio la più bella tra le foto, quella che mi ha messo davanti una storia senza che io la cercassi l'ho scattata A Coruña, ad un anziano signore con una benda sull'occhio, un pò ingobbito e stanco, seduto in disparte contro un vetro a ragionare intensamente sui suoi fogli sparsi disordinatamente sul tavolo, con una bottigla di vino mezza vuota, tappata appena con un tappo di sughero. Mi ha rapita la sua sciatta compostezza, il suo stare chino, con sforzo ed un vago senso di rassegnazione a passare e ripassare i fogli ingialliti con l'occhio buono.

Il pirata poeta, A Coruña

A me è parso che scrivesse poesie, perchè l'ho visto, nella sua postura stazzonata, lo stampo del poeta che cerca l'ispirazione nel vetro che da sulal strada, nel mozzicone di sigaretta tirato fuori sbadatamente dalla tasca di calzoni neri, lisi ed eccessivamente larghi per la sua magrezza dura e spigolosa, nei suoi movimenti meccanici e incerti da uomo macinado dalla vita che sul suo occhio guercio deve avervi ballato un tango goffo e per nulla sensuale. 
La misura del mio breve viaggio, forse, sta dentro quegli sconosciuti guizzati per un attimo fuori dall'anonimato e poi rientrativi come le gocce che assaggiano l'aria e poi tornano a tuffarsi nell'acqua indistinta. Si potrebbe arrivare a conoscere tutto il mondo così, per quelle sensazioni fugaci e le impressioni improvvise che restano incise tra i nostri pensieri, che si fanno esse stesse ricordo senza orizzonte in volti senza nome.

lunedì 7 aprile 2014

All'approdo del cammino. Santiago de Compostela, la pioggia e certe grazie inattese.

Arrivo a Santiago de Compostela che piove a dirotto. Acqua dentro le scarpe, acqua sulle spalle, la pioggia raddoppia il grigiore della Cattedrale e di ciò che le sta intorno e prima di arrivarci, lungo la cintura urbana, è tutto un andirivieni caotico di macchine rumorose e universitari imbacuccati. Fa freddo e tira vento, quindi niente di nuovo sul fronte galiziano. Un pessimo posto per chi soffre di reumatismi. Al bar chiedo un "café solo", ma in Spagna i caffé ci tengono alla fama di essere brodaglie terribili ed il mio non fa eccezione. Chiedo che me lo allunghino con una generosa dose di latte e lo trasformo in un "café cortado" con un'altrettanta generosa dose di zucchero (io che il caffé lo bevo amaro). Alla tv il feretro di Adolfo Suárez portato con tutti gli onori su un affusto di cannone arriva alla Cattedrale di Ávila per i funerali di Stato. Tedeschi e giapponesi sembrano incuriositi dalla cosa mentre mischiano café con leche e tortillas de patatas con incantevole disinvoltura e discutono amabilmente nei loro incomprensibili idiomi. Ammetto che mi fossi fatta un'idea diversa dell'impatto che avrei avuto arrivando qui. Il sapore quasi magico, indubbiamente mistico di Santiago si avverte a posteriori quando una volta andati via resta il ricordo ripulito dalla spessa buccia stratificatasi con violenza intorno alla Cattedrale fatta da ristoranti di pesce, negozi di souvenir, turisti stakanovisti delle foto ricordo. E poi questa pioggia alla quale, per scendervi a patti, do un valore simbolico forte che si fa strada con naturalezza: credo che tutto sommato sia una pioggia giusta.
https://www.flickr.com/photos/rominarena/13694032743/
Cercando la propria Compostela. Guarda l'immagine in alta risoluzione su Flick

A Santiago si dovrebbe arrivare con le piaghe ai piedi, dopo giorni di marce estenuanti. Non un liturgico senso di sacrificio, che non mi appartiene, ma il rispetto antico per una meta che va raggiunta attraverso un cammino che poi è un percorso interiore che non ammette l'utilizzo dell'automobile. Lungo il tragitto ho incontrato gruppi di pellegrini spaesati con la loro concha orgogliosamente arrotolata su una spalla dello zaino. Ho guardato istintivamente le scarpe con le quali camminavano senza spiegarmelo subito il perchè. Avrei potuto guardare gli zaini, le loro giacche a vento, cercare sorrisi di compiacimento e soddisfazione. Invece mi hanno catturato le scarpe di tela leggera ed i loro volti stanchi, seri ed assorti in una contemplazione tutta loro, concentrati a scandagliarsi dentro per mettere in ordine le emozioni e le ragioni che ha restituito loro la strada. La testa ed i piedi. Non mi stupisce.  Mi erano fraternamente familiari per altre suggestioni, per discorsi fatti altrove, per affetti profondi che queste strade batteranno tra non molto.
La facciata della Cattedrale è in ristrutturazione, di fotografia suggestive, quindi, non se ne parla. Sfoderare e rinsaccare la macchina fotografica per proteggerla dall'acqua è una pratica frustrante, cambiare l'obiettivo una tortura.
Sembra un giorno poco indicato per trovarsi qui e invece, nonostante tutto, è un giorno fortunato. Una troupe tedesca sta girando un documentario, li vedo solerti e attenti e malgrado l'attrezzatura ingombrante non fanno un fruscio, non un rumore molesto. Nulla. Passano quasi del tutto inosservati, non fosse per le telecamere ed i fili. Grazie a questo gruppo silenzioso ho la fortuna di rivalutare questa giornata un pò avara di emozioni e di assistere alla cerimonia culmine di Santiago, la più toccante ed emotivamente complessa: "el baile del Botafumeiro", il grande incensiere posto al centro della Cattedrale e fatto oscillare da un lato all'altro della navata orizzontale a forza di reni e di canti.
Ho avuto attimi di esitazione: fotografare o riprendere, riprendere o fotografare? Poi sono stata sopraffatta, io che con la religione non spartisco nulla. Sopraffatta dall'intensità del momento, dalla magnificenza delle oscillazioni così larghe e che disegnano morbide scie di fumo lungo il tragitto, un volo così leggiadro che non lo crederesti mai aver bisogno di almeno 6 o 7 uomini per dargli lo slancio. Quei minuti così vicini ad una sensazione di estasi che non è liturgia se non meraviglia allo stato puro, cancellano tutto il contesto intorno fatto di turisti ansiosi di portarsi dietro una foto fosse anche mossa o un video fosse anche incomprensibile. Mi sembra che si siano persi comunque qualcosa, presi dall'ansia di non perdersi nulla.