domenica 27 aprile 2014

Ávila, la Holga e le foto di viaggio.

Aspetto che si faccia l'ora di pranzo, che in Spagna non è prima delle 14:00. Mi hanno detto che si mangerà "paella casera", allora provo a smaltire quanche etto dei tanti che mi sovrabbondano. Giro intorno alla "Muralla" di Ávila, perdo tempo, mi godo l'unica giornata di sole (che voi non vedrete) dell'intero soggiorno. Ci sono cani che mi corrono incontro, cicogne che mi volteggiano sulla testa; tanti turisti dalle mille lingue che arrivano in città per passare la domenica. Addette agli ingressi che vogliono rifilarmi a tutti costi "audioguias", le audioguide per seguire il percorso lungo la Muralla step by step. Rifiuto, gentilmente: già mi figuro con quelle cuffione in testa come una creatura robotica di un romanzo di Asimov.
Per tutto il tempo che sono rimasta in Galizia (vedi anche I posti dell'anima..., All'approdo del cammino...  e Fotografo gli sconosciuti...) ho utilizzato soltanto una reflex digitale (o il telefono) perchè il clima è stato orribile ed ho sentito il bisogno di immediatezza, ma ad Ávila, complice la batteria scarica della Nikon ed il sole, posso approfittare per tirare fuori Holga, l'unica macchina analogica che ho portato con me. Devo ammettere che è complesso trovare la naturalezza per fotografare: i luoghi turistici ti impongono di portarti a casa la fotografia del monumento, lo scorcio di Muralla ed a me, inconsciamente, questa cosa mette a disagio. Posso trovare ovunque splendide foto dei punti più caratteristici, ma non posso trovare con altrettanta facilità un piccolo contesto umano che leghi la fotografia al luogo in cui l'ho scattata. Quello che mi importa è guardarmi intorno e cercare i miei soliti vecchi ed i miei soliti rami; le mie solitarie panchine ed i miei noiosissimi svolazzi pindarici. Le foto scattate, al momento di scansionarle, mi sono sembrate il trionfo della banalità, l'agghiacciante riproporsi di uno spettro che mi insegue oramai da sempre: le mie foto di viaggio sono irrimediabilmente ed invariabilmente brutte. Queste, di Holga (delle altre, quelle digitali, forse, ne parlerò altrove), sono quelle venute meglio.



Holga 120 GN + Lomography Lady Grey 400


Holga 120 GN + Lomography Lady Grey 400


Holga 120 GN + Ilford HP5 Plus


Holga 120 GN + Ilford HP5 Plus

mercoledì 9 aprile 2014

Fotografo gli sconosciuti. Viaggio al centro dei microcosmi.

All'inizio è successo per caso. Una posa, una luce particolare, una situazione interessante e la cosa più sbrigativa: scattare col telefonino, discreto e silenzioso. Con la scusa di mescolarmi ai tanti phone addicted tutti testa e display, posso scattare senza urtare nessuna suscettibilità. Andando in giro, quello che è iniziato come un interesse superficiale si è trasformato in ricerca. Una ricerca umanamente inclusiva, spinta dalla curiosità dell'osservazione, un'indagine lieve e del tutto personale alla scoperta del meraviglioso microcosmo individuale. Sono attratta dagli sconosciuti che incrocio lungo il mio andare, mi piace osservarli nella loro affollata solitudine immersa nei metrò, confusa tra la folla, aggrappata al bancone di un bar.

Miseria in Ferrol

Churreria Alameda, Ávila

Il mio ultimo viaggio in Spagna ha amplificato questa esigenza, acuito la mia osservazione. E' stato come se mi trovassi dentro una torre con le ruote dalla quale potessi vedere, non vista, le piccole esistenze che mi scivolavano accanto. Mi sono ritrovata spesso dentro i bar ed in ciascuno ho incontrato una umanità che mi ha rapita e affascinata, che mi ha trascinata con sé dentro ipotetiche architetture narrative, dentro storie inesplose. E così uno sguardo o l'indifferenza stessa, assorta nel fondo delle tazze o immerse in fogli sparigliati sopra un tavolo mi hanno restituito tante domande, tanti frammenti sconosciuti di vita che puzzano di tabacco scadente o hanno la stessa consistenza di una sciarpa lavorata a mano.

Il ragazzo con la sciarpa, A Coruña

Tra tutti i fotogrammi di esistenze che posso incontrare, l'universo degli anziani mi affascina più degli altri per quella decadenza composta e romantica che emanano i gesti, per quello stare al mondo lieve e discreto, raccolto come se non volessero occupare troppo spazio. Il culto sereno dell'essenzialità. Spesso mi perdo ad osservare il languore liquido dei loro occhi che scrutano intorno, la concentrazione febbrile nel decidere quale carta giocare, l'attenzione compunta con cui leggono i giornali,

Nonni a colazione, Ferrol

Giocatori, bar na praia San Xuxo, Ferrol

L'intellettuale a colazione, Ferrol

la leggerezza innocente con cui sorseggiano il loro café con leche come se di tempo, per perdere tempo, ce ne fosse ad oltranza.

Shel Shapiro, Ferrol

Bar na Praia San Xuxo, Ferrol

Fotografare di corsa, di nascosto e col telefono mi da l'impressione che quegli attimi rubati siano "più rubati" di altri e per questo più preziosi, gli scatti con i quali instauro un rapporto più intimo ed intenso. Forse perchè queste le leggo come le fotografie "più vere" che scatto, quelle che mi emozionano di più, che mi mettono davanti agli interrogativi più profondi e che mi permettono di sperimentare il mio amato "realismo magico" nella fotografia. La loro muta velocità, la loro spesso scarsa nitidezza  mi portano a creare storie piccole, essenziali e sparse, come briciole di pane per i piccioni.
Direi che di questo viaggio la più bella tra le foto, quella che mi ha messo davanti una storia senza che io la cercassi l'ho scattata A Coruña, ad un anziano signore con una benda sull'occhio, un pò ingobbito e stanco, seduto in disparte contro un vetro a ragionare intensamente sui suoi fogli sparsi disordinatamente sul tavolo, con una bottigla di vino mezza vuota, tappata appena con un tappo di sughero. Mi ha rapita la sua sciatta compostezza, il suo stare chino, con sforzo ed un vago senso di rassegnazione a passare e ripassare i fogli ingialliti con l'occhio buono.

Il pirata poeta, A Coruña

A me è parso che scrivesse poesie, perchè l'ho visto, nella sua postura stazzonata, lo stampo del poeta che cerca l'ispirazione nel vetro che da sulal strada, nel mozzicone di sigaretta tirato fuori sbadatamente dalla tasca di calzoni neri, lisi ed eccessivamente larghi per la sua magrezza dura e spigolosa, nei suoi movimenti meccanici e incerti da uomo macinado dalla vita che sul suo occhio guercio deve avervi ballato un tango goffo e per nulla sensuale. 
La misura del mio breve viaggio, forse, sta dentro quegli sconosciuti guizzati per un attimo fuori dall'anonimato e poi rientrativi come le gocce che assaggiano l'aria e poi tornano a tuffarsi nell'acqua indistinta. Si potrebbe arrivare a conoscere tutto il mondo così, per quelle sensazioni fugaci e le impressioni improvvise che restano incise tra i nostri pensieri, che si fanno esse stesse ricordo senza orizzonte in volti senza nome.

lunedì 7 aprile 2014

All'approdo del cammino. Santiago de Compostela, la pioggia e certe grazie inattese.

Arrivo a Santiago de Compostela che piove a dirotto. Acqua dentro le scarpe, acqua sulle spalle, la pioggia raddoppia il grigiore della Cattedrale e di ciò che le sta intorno e prima di arrivarci, lungo la cintura urbana, è tutto un andirivieni caotico di macchine rumorose e universitari imbacuccati. Fa freddo e tira vento, quindi niente di nuovo sul fronte galiziano. Un pessimo posto per chi soffre di reumatismi. Al bar chiedo un "café solo", ma in Spagna i caffé ci tengono alla fama di essere brodaglie terribili ed il mio non fa eccezione. Chiedo che me lo allunghino con una generosa dose di latte e lo trasformo in un "café cortado" con un'altrettanta generosa dose di zucchero (io che il caffé lo bevo amaro). Alla tv il feretro di Adolfo Suárez portato con tutti gli onori su un affusto di cannone arriva alla Cattedrale di Ávila per i funerali di Stato. Tedeschi e giapponesi sembrano incuriositi dalla cosa mentre mischiano café con leche e tortillas de patatas con incantevole disinvoltura e discutono amabilmente nei loro incomprensibili idiomi. Ammetto che mi fossi fatta un'idea diversa dell'impatto che avrei avuto arrivando qui. Il sapore quasi magico, indubbiamente mistico di Santiago si avverte a posteriori quando una volta andati via resta il ricordo ripulito dalla spessa buccia stratificatasi con violenza intorno alla Cattedrale fatta da ristoranti di pesce, negozi di souvenir, turisti stakanovisti delle foto ricordo. E poi questa pioggia alla quale, per scendervi a patti, do un valore simbolico forte che si fa strada con naturalezza: credo che tutto sommato sia una pioggia giusta.
https://www.flickr.com/photos/rominarena/13694032743/
Cercando la propria Compostela. Guarda l'immagine in alta risoluzione su Flick

A Santiago si dovrebbe arrivare con le piaghe ai piedi, dopo giorni di marce estenuanti. Non un liturgico senso di sacrificio, che non mi appartiene, ma il rispetto antico per una meta che va raggiunta attraverso un cammino che poi è un percorso interiore che non ammette l'utilizzo dell'automobile. Lungo il tragitto ho incontrato gruppi di pellegrini spaesati con la loro concha orgogliosamente arrotolata su una spalla dello zaino. Ho guardato istintivamente le scarpe con le quali camminavano senza spiegarmelo subito il perchè. Avrei potuto guardare gli zaini, le loro giacche a vento, cercare sorrisi di compiacimento e soddisfazione. Invece mi hanno catturato le scarpe di tela leggera ed i loro volti stanchi, seri ed assorti in una contemplazione tutta loro, concentrati a scandagliarsi dentro per mettere in ordine le emozioni e le ragioni che ha restituito loro la strada. La testa ed i piedi. Non mi stupisce.  Mi erano fraternamente familiari per altre suggestioni, per discorsi fatti altrove, per affetti profondi che queste strade batteranno tra non molto.
La facciata della Cattedrale è in ristrutturazione, di fotografia suggestive, quindi, non se ne parla. Sfoderare e rinsaccare la macchina fotografica per proteggerla dall'acqua è una pratica frustrante, cambiare l'obiettivo una tortura.
Sembra un giorno poco indicato per trovarsi qui e invece, nonostante tutto, è un giorno fortunato. Una troupe tedesca sta girando un documentario, li vedo solerti e attenti e malgrado l'attrezzatura ingombrante non fanno un fruscio, non un rumore molesto. Nulla. Passano quasi del tutto inosservati, non fosse per le telecamere ed i fili. Grazie a questo gruppo silenzioso ho la fortuna di rivalutare questa giornata un pò avara di emozioni e di assistere alla cerimonia culmine di Santiago, la più toccante ed emotivamente complessa: "el baile del Botafumeiro", il grande incensiere posto al centro della Cattedrale e fatto oscillare da un lato all'altro della navata orizzontale a forza di reni e di canti.
Ho avuto attimi di esitazione: fotografare o riprendere, riprendere o fotografare? Poi sono stata sopraffatta, io che con la religione non spartisco nulla. Sopraffatta dall'intensità del momento, dalla magnificenza delle oscillazioni così larghe e che disegnano morbide scie di fumo lungo il tragitto, un volo così leggiadro che non lo crederesti mai aver bisogno di almeno 6 o 7 uomini per dargli lo slancio. Quei minuti così vicini ad una sensazione di estasi che non è liturgia se non meraviglia allo stato puro, cancellano tutto il contesto intorno fatto di turisti ansiosi di portarsi dietro una foto fosse anche mossa o un video fosse anche incomprensibile. Mi sembra che si siano persi comunque qualcosa, presi dall'ansia di non perdersi nulla.

venerdì 4 aprile 2014

I posti dell'anima. La libreria Pessoa a Ferrol (Galizia).

Ci sono luoghi che ti senti calzare, che senti aderire al corpo come un vestito perfetto, un'affinità elettiva condita da un'inspiegabile, piacevole senso di nostalgia. Ferrol sembra casa, ma non tanto una casa fisica, materiale quanto una casa mentale, dello spirito. L'affinità sta in questo, nel trovare punti di riferimento su cui fare perno per sentire il calore delle cose familiari. La Libreria Pessoa è uno di questi.


Un unico ambiente, un grande stanzone pieno di libri, saturo dell'odore di carta vecchia, con scaffali spartani e ricolmi di ogni bene. Ambiente epidermicamente intimo e familiare dove anche il genere che ti attira meno sembra essere interessantissimo. Una trappola per topi della quale mangeresti avidamente il formaggio pur sapendo che il meccanismo sbloccherà la molla e che la leva ti piomberà inesorabile sulla schiena come una scimitarra.
La mia libreria ideale, senza troppi orpelli, senza il bisogno di edulcoranti sintetici per attirare i lettori. Tutta sostanza, distribuita secondo un ordine disordinato che nel suo garbuglio ha una logica di ferro che moltiplica all'infinito la fame chimica, quell'istinto famelico di spulciare tra file di libri senza l'impulso della ricerca razionale, senza uno scopo se non quello di lasciarsi trascinare dalla bellezza dello stupore per aver scoperto questo o quel libro, per quella voglia che nasce dalla radice dello stomaco di prendere un romanzo già letto e buttarcisi ancora dentro tra le righe intatte, nella sua lingua madre.


L'innamoramento mi ha disorientata, inebetita, mi ha fatto perdere di vista il resto; per esempio scattare qualche foto in più all'interno, ai dettagli. Non importa, lo prendo come un segno per ritornarci, un giorno.
Tanta bellezza, così contenuta e decadente, densa di polvere e passato intenso è solo tanta curiosità in più che alimenta se stessa, ti fa sentire il cuore grande, leggero con una scarica di felicità infantile e per questo pura, pulita, profonda ed incontenibile. Questo è un posto che posso chiamare casa.

giovedì 6 marzo 2014

Catania by people: la LC A+ ed il vantaggio di essere piccole

Catania è una città nella quale torno sempre molto volentieri. Oltre all'attrattiva culturale (tante, tante librerie indipendenti), genera in me una forma irresistibile di magnetismo umano. Girovagando senza una meta precisa (ed il perdersi, a volte, è il metodo migliore conoscere una città) posso apprezzare scorci e situazioni che forse, diversamente, non avrei potuto cogliere. Spesso questo perdermi è talmente intenso che dimentico di avere con me varie macchine fotografiche e quando me ne ricordo è troppo tardi. Dopo tutto, però, questo non è poi un gran male perchè presume che io in questa città ci ritorni più e più volte, una sorta di buon auspicio per il futuro. L'ultima volta che ci sono stata con Marito è stato qualche mese fa e purtroppo, pur avendo con me la suddetta attrezzatura, non sono stata in grado di fotografare molto. Diciamo meglio: non ho avuto voglia. Ho lasciato gran parte delle macchine al b&b (per inciso, un delizioso posticino in una delle zone più caratteristiche della città, sopra una moschea, alle spalle del mercato del pesce ed a poca distanza dal duomo) e sono andata in giro solo con la LC A+, caricata con un T-MAX 400 stravecchio, con scadenza in epoca di disgelo (1989) e la Holga il cui rullino non so quando mai terminerò.
Ad uscire fuori sono state foto dal mood un pò agé, sature di grana per via degli iso del rullino e per la sua evidente vecchiaia e cattivo stato di conservazione.
Ho scattato prevalentemente foto a persone, perfetti sconosciuti che ho incontrato per la via e questo, almeno, ha una motivazione.
Il mio rapporto con la LC A+ sta cambiando, in meglio. Il fatto che grazie alla discrezione delle sue dimensioni possa attuare e portare avanti il mio personalissimo e sgangherato concetto di fotografia me la sta facendo rivalutare come fidata alleata nelle incursioni urbane. Ed infatti così è stato per quanto gli scatti non siano irresistibili, siano "sporchi" più del dovuto e tecnicamente lasciano a desiderare. A me piacciono lo stesso.
Questa è la stringata fotocronaca del viaggio.

Durante l'imbarco

Durante il viaggio, dal ponte

Chinatown in Catania

Appendici del mercato di Piazza Stesicoro

Ciclisti in Piazza del Duomo

Con ogni probabilità ci ritorneremo il mese prossimo. Prometto più costanza, più colore e più dettagli.

giovedì 18 luglio 2013

Un Kodak T-Max 400 scaduto nel 1989. Prove generali.

Andare per mercatino con l'intento di tenere bene a mente il motto: "Si guarda e non si tocca" e invece rimanere fulminati davanti ad uno stock intonso di T-Max 400 scaduti nel 1989. Un rischio acquistarli, certamente; ma la tentazione è più forte di ogni cosa, la curiosità si mangia lo stomaco ad abbondanti e succulenti morsi. Non scommetterei mai al gioco, ma l'ho fatto per questo pacco di rullini. Siccome che arrischiarmi a comprarli non mi è bastato, mi sono portata una di queste pellicole in giro, inaugurandola durante un viaggio a Napoli con Marito e scattando qualche foto al matrimonio di una mia carissima amica, ben consapevole del fatto che mi sarei potuta trovare con un bel niente in mano.
La T-Max 400 in questione appartiene alla vecchia guardia, quella con una confezione totalmente diversa rispetto all'attuale e che trovate in questa foto sul mio Instagram.
Temevo che da una pellicola di cui non conoscevo le condizioni di conservazione (pessime, è stata l'impressione a colpo d'occhio) e per di più molto scaduta non uscisse nulla o pochissimo. Invece gli scatti sono usciti tutti e 36, anche se sottoesposti e con una grana accentuata rispetto a quella canonica che un T-Max  a quegli ISO solitamente possiede.
In linea teorica, i prossimi rullini andrebbero sovraesposti di qualche stop per compensare questo deficit, ma sono quasi sicura che ignorerò totalmente questa cosa sia per la mia sbadataggine sia perché i risultati mi soddisfano in questo modo.
La conserverò per quando vorrò ricreare un'ambientazione fosca, piuttosto scura, a tratti anche un po' minacciosa. Trovo che in alcuni scatti la prestazione di questa pellicola sia stata azzeccata: fossero usciti più nitidi e chiari, forse, non avrebbero reso allo stesso modo.
 
 
Napoli


Napoli


Scilla. Mare inclemente.


Un gabbiano a Sorrento.


Il matrimonio di Ely.
 
 
Ancora Scilla. Ancora mare.

Alla prossima zingarata.

lunedì 8 luglio 2013

Nasce 3:mezzi, la rivista che guarda al lato umano della fotografia

 
Le cose che capitano per caso, quelle che non ti aspetti, quelle sulle quali ti chiedi mille perché (perché proprio io, perché quella foto, perchéperchéperché) a volte vanno colte così come vengono, con la consapevolezza che, con il lavoro, i frutti che daranno saranno sicuramente succosi. Ed è proprio quello che è successo con questa avventura di 3:mezzi nella quale sono stata tirata dentro da Francesco/Effeslash che è sempre pieno di entusiasmo e amore per la fotografia e le cose umanamente belle. Ho detto subito di si ed il lavoro dietro le quinte di questa rivista che vuole cogliere il lato umano della fotografia, quello di tutti i giorni, quello che insomma, senza ripetermi, ho già scritto sul post di 3:mezzi dedicato all'introduzione al Numero Zero della rivista. Mi sono entusiasmata, ricevendo entusiasmo, soprattutto da parte di coloro che hanno accettato con gioia e disponibilità a partecipare a questo primo numero. Mi sono resa conto che è persino bello cesellare le proprie creature, a volte con maniacalità, ed è bello anche affascinarsi davanti ai lavori degli altri. Per questo in 3:mezzi abbiamo adottato, quasi istintivamente, WOW! come parola d'ordine. Un tratto distintivo che viene da una strana alchimia tra stomaco e cuore. Quando alle labbra ci affiora un WOW! allora sappiamo che quella è la strada giusta, che quello che ci troviamo davanti, per noi, ha valore e merita di essere parte di questo grande progetto che ci siamo messi in testa di perseguire.
Sul Numero Zero abbiamo ospitato tanti bravi fotografi e la selezione dal nostro gruppo Flickr che per questo numero zero aveva come tema "Il gioco del silenzio". Abbiamo il guest post in cui abbiamo voluto ospitare Tickleframe che ci racconta la sua personale avventura su come allestire una mostra. E poi vi portiamo in un posto molto, molto lontano dove si respira pace e tante tante bollicine di vapore acqueo.
Voi vorrete certamente scoprire tutto questo e allora vi invito a scaricare (liberamente) e sfogliare il famoso 3:mezzi Numero Zero - creare ispirazione.
Ci saprete dire. Soprattutto, ci saprete raccontare.
 

lunedì 17 giugno 2013

In punta di piedi, fabbrichiamo sogni fatti di Holga e di Efke

La Holga è tra le mie macchine preferite. Sicuramente la mia toycam d'eccellenza, quella che mi porto sempre dietro, quella di cui non potrei mai fare a meno perché so che da quell'ammasso di plastica uscirà sicuramente quello che cerco quando la uso (per come la uso): poesia, nostalgia, malinconia. Accanto ad una reflex, Holga non manca mai. E non manca mai perché è come la migliore amica a cui puoi lanciare solo uno sguardo perché capisca tutto, perché ti senti più tranquilla a saperla nella borsa. So quando tirarla fuori, quando vale la pena, quando quello scatto va fatto necessariamente con la Holga perché con qualsiasi altra macchina non verrebbe lo stesso, non verrebbe come lo voglio io, come lo avverto sulla pelle, come lo sento con il cuore, come lo percepisco con la testa che mi ritrovo. La mia testa che rincorre foglie secche dentro spartiti ingialliti, conchiglie e chele di granchio in mezzo alla schiuma delle onde che solletica la sabbia, altalene che si inerpicano su nel cielo verso le nuvole a fabbricare sogni e sorrisi per i bambini. Parole che si corrono incontro per abbracciarsi quando avvertono di trovarsi bene insieme, sfumature di cielo che si aggrappano ai fotogrammi, otturatori della mente che si aprono e si chiudono incessantemente come un terzo occhio. Tutto è fotografia. Questa è fotografia. Holga è il mio punto di connessione con i sogni, il mio strumento di astrazione dal mondo. La ringrazio sempre per la poesia che mi regala, per l'aiuto che mi da a mettere a fuoco la realtà per come la vedo o per come vorrei vederla. E' lo strumento della mia percezione, il mio stomaco fatto di plastica. La mia piccola e del tutto personale fabbrica di emozioni, di groppi in gola e di tuffi al cuore.
 
 
 












 
 
Tutte le foto sono state scattate con Holga 120 GN e rullino Efke R100

giovedì 6 giugno 2013

Presenze. Ragni abusivi nella Polaroid

Oscure e mostruose presenza solcano i cieli dello Stretto di Messina? Spiriti maligni infestano l'abitacolo interno della mia Polaroid? La storia è ben meno aliena e più divertente. Niente x-files e nessuna area 51 in salsa calabra. Niente a che fare con creature venute dallo spazio, ma soltanto con un ragnetto ignaro e molto, molto narcisista.
Comprata ad un mercatino dell'usato, non mi sono mai posta il problema di dare una pulita alla Polaroid Impulse Portrait. Chiaro è che un bel ragnettino bianco panciuto e allegro ha pensato bene che quello fosse il luogo ideale e tranquillo dove tessere indisturbato la sua ragnatela. Non me ne sarei mai accorta e il coinquilino atipico se la sarebbe goduta bellamente per un bel pezzo se non fosse finito immortalato in ben due istantanee, con un appeal a metà strada tra un supereroe ed un mostro galattico in stile Transformers. Lo vedrete da voi, il nostro amico, che fa bella mostra sé appeso in cielo come un addobbo nella notte di Halloween.
 

 
Se nella prima polaroid il nostro amico si vede in tutte e sei le sue filiformi zampette, bello disteso e rilassato, nella seconda appare già più accartocciato, magari per lo spavento che si è preso sentendo il rumore provocato dalla macchina. Deve averlo intuito che, tutto sommato, quella di costruirsi abusivamente la sua ragnatela nella mia polaroid non dev'essere stata una scelta azzeccata.

martedì 4 giugno 2013

Freddie Hubbard e Little Sunflower

Capita che una canzone ci faccia venire in mente uno scatto che al di là della riuscita racconta comunque qualcosa di noi. E' successo così che rimestando nella memoria del mio pc ho trovato una cartella piena zeppa di musica Jazz che adoro. Tra i tanti brani che ho ascoltato andando un po' a random, uno ha fatto breccia nel mio cuore più degli altri. Si tratta di Little Sunflower di Freddie Hubbard e Al Jarreau, virtuoso trombettista statunitense che prediligeva, per le sue composizioni, le venature free jazz e hard bop rispetto alle più austere sonorità del jazz ortodosso.
Perché vi sto raccontando tutto questo che con la fotografia pare non c'entrare niente?
Perché ascoltando Little Sunflower mi è venuta in mente una polaroid scattata qualche giorno fa ad un girasole regalatomi da Marito. Uno scatto senza nessuna pretesa e con un risultato scarso, ma che a me fa tanta tenerezza. Come questo brano che è vellutato nella voce e acido nelle vibrazioni degli strumenti: amore e gioco, insomma, che si rincorrono schiamazzando allegramente.
 
 
Il mio Little Sunflower
 
 
 
Freddie Hubbard & Al Jarreau - Little Sunflower
 
 
Glowing like a sun / warming everyone
Will you walk with me?
Rain and winter snow / only help you grow
Won't you walk with me?

More and more each hour / like a precious little flower
More and more each hour / like a precious little flower

Dewy morning dawn / pretty petals yawn
As you turn to me
Say it - we will grow / like a flower grows
Ever heavenly

Now delight the sky / let help fragrance fly
Sweeter be the wind
Warmer is the spring / when you dance and sing
It is spring again

Dance for april showers
Like a precious little flower
More and more each hour
Like a precious little flower

Glowing like a sun / warming everyone
Will you walk with me?
Rain and winter snow / come to help you grow
And you walk with me.
 
Buon ascolto.

giovedì 30 maggio 2013

Una notte con Diana: uno scatto pinhole by night

Da molto tempo volevo provare la mia Diana F in versione pinhole e approfittando del Worldwide Pinhole Photography Day che si è tenuto in aprile (ah, quando si dice il tempismo!), ho deciso di unire gli scatti pinhole ad un altra cosa che volevo fare: fotografare in lunghissima esposizione di notte e in bianco e nero. Così ho installato il treppiedi sul terrazzo di casa, davanti allo Stretto che più e più volte avete visto fotografato in questo blog. Sul treppiedi ho montato la Diana in versione pinhole (senza il suo obiettivo) aggiungendo al tutto la maschera 46.5 x 46.5, cioè quella che permette foto panoramiche. Sapendo fin troppo bene (per epici fallimenti pregressi) che la Diana ha bisogno di tantissima luce per riuscire a produrre foto dignitose, ho deciso di lasciare l'otturatore aperto per un'ora intera. La notte era molto buia; nonostante lo Stretto di notte sia tutto uno zampillare di luci (i lampioni che bordano entrambe le coste), si tratta pur sempre di luci molto lontane rispetto al mio terrazzo. Ho usato il rullino più potente che avevo, un Lomography Black & White Lady Grey 400, spingendo Diana a dare il meglio di quello che fosse possibile, per lei, dare.


 
 
Lo scatto (che potete vedere anche sulla pagina del WPPD) me lo aspettavo più nitido, probabilmente sarebbe stata necessaria un'esposizione di maggiore durata. Ad ogni modo sono soddisfatta del risultato che ho ottenuto. Era quello che volevo: fare in modo che la nave, prima di entrare in porto, lasciasse la sua scia di luce sull'acqua nera. Quella centrale è la più evidente. Verso il margine destro, poi, dovreste notarne un'altra meno definita che corrisponde all'invasatura del porto più defilata e lontana rispetto al mio terrazzo.

lunedì 27 maggio 2013

Because the night belongs to LC A+

Mi avete detto di non mollare, che con la LC A+, dopo tutto, ci vuole pazienza e assiduità. Mi avete suggerito di portarla sempre con me perché non si sa mai che dietro l'angolo non ci sia qualcosa che necessità la discrezione e la rapidità di questa macchina. E io così ho fatto, ma a modo mio, caricando uno dei miei rullini preferiti: un Agfa CT Precisa che ho fatto sviluppare in E-6. Tra le altre cose presenti in questo rullino ho scelto di pubblicare quello che non si trova proprio dietro l'angolo, ma davanti al mio terrazzo, uno dei panorami più belli che io conosca e che ho la fortuna di ammirare e rimirare oramai quotidianamente.
L'esperimento LC A+ by night era una cosa che volevo provare da un pezzo e devo anche dire che la pratica di posizionare la macchina sul treppiedi, innestare il cavo di scatto e scattare con la certezza che la macchina avrebbe fatto il suo dovere mi ha infuso un certo appagamento ed anche una discreta serenità.
 

 
L'atmosfera notturna della casa in cui attualmente abitiamo a me piace moltissimo. Con le luci soffuse delle lampade di carta (rigorosamente Ikea) si ricrea un ambiente molto in sintonia col mio carattere un po' crepuscolare. Allora ho usato (chiedendoglielo gentilmente) Marito per tentare uno scatto indoor, il primo in assoluto che tento in notturna. Mi è piaciuto anche questo, nonostante le zone in ombra siano quasi del tutto indistinte. Anzi, forse il motivo è proprio questo: volevo cogliere una sensazione più che un'espressione e, nelle mie intenzioni, ho ottenuto quello che volevo. Anche in questa occasione mi sono affidata al treppiedi ed al cavo di scatto; la macchina ha fatto il resto.
 
 
Se è vero che l'applicazione paga, mai campo è stato più propizio della fotografia per verificarlo.

martedì 7 maggio 2013

Zenit 11 e Kodak ColorPlus 200: quando serve colore

E' successo che un sabato mattina con Marito abbiamo deciso che fosse giunto il momento di bazzicare vivai per dare un po' di colore al nostro terrazzo. Nel frattempo Mà e Pà ci dicono che sarebbero andati al paesello e che quindi avremmo potuto pranzare insieme e poi fare una passeggiata in campagna. La giornata era stupenda, un sole meraviglioso, colori che esplodevano ovunque, come rifiutare? Quella mattina avevo deciso di portare con me la Zenit 11 e il suo obiettivo Helios f.3.5/135 (con la custodia affrancata con un'etichetta rigorosamente scritta in cirillico, ma questo è un particolare solo per i feticisti), ma per strada mi accorgo che, dannazione, non ho con me nemmeno un rullino a colori. Ora, come saprete, non scatto tantissime pellicole a colori, ma ultimamente mi piace utilizzarle, soprattutto quando ci troviamo in mezzo alla natura e sarebbe brutto privarla della sua dignità cromatica. Allora ecco che spunta (perché esistono solo quelli, oramai, per la vendita di "massa") il Kodak ColorPlus, comprato al volo da un fotografo incrociato lungo la strada. Detto, fatto. Mi sono divertita a scattare spensieratamente (forse fin troppo, alcuni scatti sono venuti sfuocati, da qualche parte qualcuno chiude gli occhi, ma va bene...) e questi sono i risultati pastello tipici delle Kodak.
 














 
Alla prossima!
 

venerdì 3 maggio 2013

Fuji Instax 210, i primi scatti

Vi avevo parlato qualche post fa di una pazzia fatta a fin di bene: l'acquisto della Fuji Instax 210. Dopo un lungo aspettare, al negozio sono finalmente arrivate anche le pellicole nei pacchi 10x2 di cui sono andata, in seguito, a fare una buona scorta. La Instax 210 è particolare nel panorama delle instant cameras, stiamo infatti parlando di una macchina che produce foto wide format, un formato cioè più largo ed è quindi facile intuire che anche le sue dimensioni siano sufficientemente wide! Nonostante si tratti di un attrezzo abbastanza ingombrante, va detto che il suo utilizzo è molto meno complicato di quanto si possa pensare a prima vista. Ha una forma rotondeggiante che favorisce l'impugnatura e sulla sinistra ha un buon set di pulsanti che ci permettono un largo margine di controllo sui nostri scatti (controllo della luce, attivazione/disattivazione del flash, distanza dal soggetto). La lente è f=95mm, con un range di focus da 0.9m ad infinito (due le posizioni di fuoco: 0.9-3m; 3m-infinito). La macchina viene, inoltre, data in dotazione con una sorta di lente aggiuntiva che si incastra all'obiettivo principale per permetterci di scattare foto close up. Non così tanto close up, tuttavia, come mi ha giustamente fatto notare l'amica Erika di Pretty in Mad, dandomi anche alcune dritte riguardo la distanza minima (non inferiore alla lunghezza del braccio).
Le foto si sviluppano in pochissimo tempo e, come marchio di fabbrica delle Fuji, non possono che avere colori saturi e densi.
Per me è stato il primo successo registrato con la fotografia istantanea dopo una serie di insuccessi (questo è l'unico dichiarato) e devo dire di essere stata talmente contenta da essermi andata a comprare un pacco di Impossible per caricare subito la mia Polaroid Impulse Portrait per provare anche lei, finalmente!
Passando ai primi risultati ottenuti con la Instax 210, complice una mattinata di sole, il primo maggio, con Marito e Rosetta ce ne siamo andati a Scilla, per fare una passeggiata tra i vicoli dello storico quartiere dei pescatori chiamato "Chianalea" di cui più volte ho postato fotografie (è una delle mie mete preferite, quando si tratta di farsi venire l'ispirazione).
Bandando alle ciance, questi sono i risultati
 
Porto di Chianalea, Scilla.


Scatto fatto da Marito.
Marito con Rosetta (distratta dai gabbiani) + orizzonte storto (as usual)

Pranzo del primo maggio in casa Arena. Pà e Nonno, partita a carte prima di mettersi a tavola.
Rosetta scocciata. Qui è anche partito il flash che si è stampato ben bene sul pavimento (Olé).

 
Ecco, io sono contenta di aver sfatato questo mito della fotografia istantanea. Stava diventando un pallino troppo grande, talmente grande da prendere le dimensioni di un pallone. Adesso tocca provare la Polaroid, quindi, state all'occhio!